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Il culto per Sant'Elena è sicuramente fra i più antichi e un tempo dovette essere esteso a tutta l'isola, a giudicare dal gran numero di località che le erano dedicate e ancor più dalle oltre 250 chiese a lei intitolate. Una consolidata tradizione affermava addirittura le origini sarde della santa, che non per nulla il popolo affettuosamente chiamava Santa Eleni nosta (nostra Sant'Elena). Una canzone popolare la voleva nata addirittura a Vallermosa, piccolo paese della Sardegna, e sposata a Costanzo Cloro per procura (coiuada a ritrattu).
Ma questa credenza non era limitata alle classi inferiori, ma abbracciava anche le classi più colte: nel Seicento un cavaliere sardo, Don Agostino Tola, con tanto di imprimatur dell'autorità ecclesiastica e dedica a Donna Berenice Chigi, cognata dell'allora papa regnante Alessandro VII, pubblicò un opuscolo dal titolo La corona de los triumphos de los santos del reyno de Sardeña, nel quale si proponeva di dimostrare con l'esposizione di ben 24 validi motivi le origini isolane della Santa: tra questi ricordiamo l'origine sarda della famiglia del padre (Cloerio) e della madre (gens Tulia), l'alto numero di cristiani e di santi, che emergeva continuamente dal suolo sardo e che induceva a scrivere che "no hay palmo de tierra en que cavando no se hailen cuerpos, reliquias o vestigios de santos Martires" (non esiste in Sardegna un pezzo di terra dalla quale, scavando, non si estraggano reliquie di Santi), il fatto secondo il quale fu Elena ad indurre il figlio a cedere la Sardegna alla Santa Sede, l'esistenza di una medaglia che ritrae l'imperatrice ornata di una collana di corallo così come amavano fare le dame dell'isola, nei cui mari fra l'altro si pescava questa materia prima. Un'altra prova veniva individuata nella protezione accordata a vescovi sardi, come Lucifero ed Eusebio, poi vescovo a Vercelli o la particolare attenzione riservata al culto della santa da parte dei papi sardi Simmaco ed Ilario. Il primo concesse indulgenze alla chiesa dei santi Pietro e Marcellino, dov'era il sepolcra la Santa, oltre che a chiese sarde a lei dedicate. Il secondo la onorò erigendo due cappelle nel battistero di Costantino.
Col passare del tempo la teoria dell'origine sarda dovette affievolirsi, perché non viene più rivendicata né nei goccius, né nelle altre composizioni poetiche del secolo scorso. Anzi, nella canzone sarda dedicatale nel 1878 da un suo devoto, che può senza dubbio identificarsi nel poeta sinnaese Raffaele Floris (1833-1898), si afferma esplicitamente che il luogo di nascita si deve ritenere Drepano in Bitinia. Di certo si può dire che rispetto ai tempi attuali il culto doveva essere più capillarmente esteso, prova ne sia che, se pure limitato, ancora oggi non è ristretto a una singola area geografica, riscontrandosi al contrario in centri talora molto lontani l'uno dall'altro, come Benetutti, Lotzorai, Sadali, Quartu. E' in quest'ultima cittadina però che i festeggiamenti assumono maggior solennità. Tratto da C. PILLAI "Il culto di S'Elena nella tradizione quartese" in "Sant'Elena Imperatrice nella Fede e nell'Arte, Quartu S.Elena, 2000
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